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Qui nessuno è servo o padrone, siamo tutti dolcemente schiavi dei nostri sogni
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Io Conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo




E tu vuoi viaggiarle insieme,
vuoi viaggiarle insieme ciecamente




Il colore è un mezzo per esercitare sull'anima un influenza diretta.
Il colore è un tasto, l'occhio il martelletto che lo colpisce, l'anima lo strumento dalle mille corde.





Mi dicevano il matto perchè prendevo la vita da giullare, da pazzo, con una allegria infinita. D'altra parte è assai meglio in questa tragedia ridersi addosso, non piangere e mutarla in commedia.









Tutto, laggiù, è ordine e beltà
lusso, calma e voluttà.




Vorrei essere il verbo "Credere" e non deluderti mai




Una banana è per sempre!


 

Diario |
 
Diario
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7 ottobre 2008

Filastrocca

 

Ti veglio. E disegno un sentiero col mio sguardo per i tuoi passi claudicanti.

Chè altrimenti so che saresti già smarrita.

Vecchia notte, siediti con me, scendi sulle mie ginocchia, ti cullo un po’ prima che tu mi avvolga.

Nessuno più ti teme.

Ti vestivano di nero. Ti popolavano di spettri. Ti scolpivano come dea.

Nessuno più ti teme.

Sei solo il rifugio di qualche sguardo. Assente. Sei solo il ricordo di un qualche gelo, di un qualche miele.

Siedi qua. Sulle mie gambe. Facciamo un gioco. Ti racconto una fiaba.

Tu che mi bruciavi di terrore, tu che mi chiamavi schiavo.

Ora sei pallida e cieca: come se l’eternità  fosse mutata in vecchiaia.

Vieni qui, vieni qui, vieni qui, prendimi la mano, ti guido io fino all’alba.

Ma non guardarmi. No. Non guardarmi con quegli occhi.

Perché forse ancora, forse di te ho un po’ paura.



                                                   



                                                                                            Fizzi




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17 luglio 2008

Luna e Viaggiatore


-Perchè mi segui sempre? E ti muovi con gli stessi passi che mi camminano sull'anima?
-Ma... ero qui, mi sono perso
-Si? Da quando?
-Da quando sono nato
-E non sei lì per seguirmi? Per illuminare la via?
-No, la mia luce basta a mala pena per qualche bel sogno
-E la tua ispirazione, la tua purezza?
-Tutte fantasie, guarda le macchie sulla mia pelle, la luce è solo nei tuoi occhi e nell'argento di cui mi vesti.
-Ma non sei immortale ed e terno come un vecchio dio del mondo?
-No, morirò prima o poi, come te, l'eternità dura un istante, poi scompare, può rinascere subito dopo in un altro istante o morire per sempre.
-E allora perchè continuo a seguirti e su di te la mia esistenza fa perno nelle sue giravolte?
-Forse io sto seguendo te e ti danzo sull'esistenza come un ricordo annegato, siamo solo due viaggiatori che sulla strada si incontrano per caso. Si guardano un attimo. Forse si sorridono, le loro ombre sulla terra si intrecciano per un istante e saranno legati per sempre senza neanche che se ne siano accorti.






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29 maggio 2008

Un Gioco

 

Una volta c’era una volta celeste. Era vuota e volgeva il suo viso al volto della terra.

Poi venne il giorno che era quasi l’alba. Aveva un cappello bucato che dentro ci pioveva buio e ci pioveva tanto forte che esplose di vita e venne la notte.

Con un paio di tramonti si pettinava la notte. Ciao, guarda che hai lasciato qualche capello lì sulla terra gli disse il giorno. Si certo, disse la notte, si chiamano sospiri.

Dobbiamo finire di giocare, gli disse il giorno. Si giocheremo domani, ora lasciami a me stessa che è notte, disse la notte. Ma io sono il giorno, disse il giorno, io sono domani quando voglio.

Ti pettino io, disse il giorno, e conto i sospiri che ti cadono dal capo come fanno quegli uomini lì sulla terra. Gli uomini contano i sospiri? Chiese la notte. No, rispose il giorno, contano i capelli dei loro giorni e sospirano.

Guarda, disse la notte, giocando abbiamo fatto il cielo.

È vero, disse il giorno, ho un cappello pieno di buio e tu capelli vivi di luce.

E gli uomini lì sulla terra continuanoa sospirare




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12 aprile 2008

Burattini di Mollica

                                                            


Viveva un tempo una vecchia signora che non aveva da mangiare perché c’era la guerra. Aveva poco pane, ma non lo mangiava, ne raccoglieva la mollica indurita, la bagnava e la modellava costruendo minuscoli burattini. Con le croste ammuffite costruiva un teatrino, un teatrino piccolissimo, poi, senza pensare troppo, con quegli omini iniziava agiocare e a inventare storie da racontare a chi voleva ascoltarle.

A me piace pensare che quel teatrino minuscolo esista ancora, da qualche parte. Che il pane non si sia sbriciolato, che i suoi personaggi siano ancora bianchi come la mollica.

Un sipario di polvere ne scandisce le pause, ma nella polvere ci si vede attraverso, e si vedono quei minuscoli omini che si riposano o che si danno da fare per un nuovo spettacolo. E sono circensi e comici e arlecchini e amleti, e sono maschere antiche e voci nuove.Cosa importa. La polvere mescola tutto.

Ma c’è un bisogno che li muove, una necessità che è più importante del respiro. Perché si può trattenere il fiato ma non si può smetetre di recitare, di indossare maschere. Si può non mangiare per tutta la vita, ma non si può evitare di raccontare storie, di inventarne di nuove, di sbriciolarsi in un oceano di parole e forme…

E cercano appigli, quelle parole, e terreni arati per mescolarsi coi semi. Un suono articolato da una voce, un gesto, i più piccoli, annientano e risorgono il mondo.

Ci sono degli omini minuscoli, di mollica di pane, ce ne sono mille e mille e infiniti, in ogni vibrare, dove c’è movimento ci sono e abitano dove c’è silenzio. Tutto parla e muove qualcosa. Non si può non comunicare. Ogni cosa è percepibile da qualcos’altro, ogni cosa è una recita infima e infinita, ogni cosa è occhio e bocca e colore.

C’è un teatrino di croste ammuffite, ed è culla d’esistenza, perché il trasmettere è sangue, l’ostentare è muscoli, il dramma è scheletro e ossa, e la pelle, la pelle, è tutto ciò che vibra e riflette e divora e mastica e mostra di nuovo come uno specchio rotto che non ti offrirà mai di nuovo identico ciò che gli affidi.

Ed è questo ciò che è straordinario, che mai nulla resta uguale e mai vi sono due cose identiche una all’altra, ma è tutto un miscuglio di attimi eterni e inossidabili che in sè restano identici a loro stessi, ma diversi da tutti gli altri e ognuno percependoli li veste di sfumature diverse e tutto si trasforma.

C’è una parte per ognuno, che ognuno deve cercare e nasce e si forma quando la ricerca inizia e mai nessuno la trova completamente, e sempre si trova a recitare in panni che non sono mai perfetti, che forse starebbero bene a qualcun altro, o forse non starebbero bene affatto, ma cosa importa, l’importante è muoversi nello spettacolo senza confini, o restare fermi anche se si vuole, perché anche l’immobilità è generata e genera.

Una vecchia signora, tanto tempo fa, ha costruito un teatro di pane, perché far muovere i suoi omini e muoversi con loro era il suo cibo. La signora non c’è più, forse, ma da qualche parte non si sa dove, l’aria è ancora mossa dai corpi e dalle voci dei suoi omini, perché nulla viene mai cancellato, ma tutto viene assorbito e rimodellato.

                 Fizzi




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10 febbraio 2008

Divagazioni sull' Isola

 



-Si è vero, la conoscono tutti, la hanno vista tutti adagiata su quel dipinto, hanno detto un sacco di cose, ognuno la sua. Si inventano talmente tante cose. Solitamente più la verità di un immagine è certa, più ci si trova da dire, da rimestare da, bisbigliare,da declamare…

-ma cosa significa? Per chè isola dei morti?

-oh ma il nome non importa, avrebbe potuto chiamarsi isola dei vivi, non sarebbe cambiato. I nomi delle cose sono solo invenzioni

-eppure…

-è un isola piccola piccola, uno scoglio qualunque, nascosto nel mare, non importa dove sia, bisogna viaggiare per arrivarci. Un lungo viaggio, di quelli dove si imparano tante cose, dove si imparano le cose più importanti sotto il vento che ti parla e ti percuote e ti addormenta…eppure lì intorno le onde sono sempre addormentate, senza ragione apparente, e probabilmente se ci si immerge nell’acqua si riuscirebbe con tranquillità a toccare il fondo con la punta delle dita, a raccogliere un po di quella terra scura che vi giace, a portarla stretta nelle mani fino alle carezze di uno di quei rarissimi raggi di sole che giocano a indorare la solidità delle rocc e

-e ci vorrebbe un galeone con mille vele per afrrivarci!

-ma no! Non conta la ricchezza del legno, e neanche l’ampiezza delle vele, l’importante sono i respiri che servono a gonfiarle. A volte neppure servono le vele, basta che ci sia qualcuno che ti tiene per la mano.

-ma una barca così piccola come quella che hai dipinto, come ha fatto a giungere fin lì?

-e chi ti dice che stia arrivando, può darsi che sia appena partita.

-ma io credevo che in quell’isola ci si potesse solo arrivare…

-hai mai provato a rialzarti dopo esser caduto? A perderti di nuovo dopo esserti ritrovato? Le barche vanno, le barche vengono, basta aver nelle vene il sogno per tornare a viaggiare…

-un luogo di transito dunque?

-un luogo e basta, senza nome, non c’è bisogno di chiamare ogni cosa per dargli un senso e una ragion d’essere…

-e cosa c’è di preciso sull’isola?

-ma forse nulla di così rilevante in fondo: qualche bel cipresso, alto, sempre verde, c’è un po d’ombra, sì, ma anche nel prato più luminoso c’è sempre un briciolo d’ombra. Quei bei cipressi, che conoscono il sapore della terra e della roccia. E’ fra i loro rami che ogni tanto si impiglia il vento per lasciarsi riposare. Poi ci sono quelle case vuote, case di nessuno e di chi vuole. Case di chi le chiama case per una notte o per un anno o per una vita.

-Il cielo è così cupo, mette i brividi…

-cosa vuoi farci? Non è sempre terso neppure su quell’isola, eppure se cerchi bene nel grigio ci sono sfumature nuove per cui vale la pena fermarsi a guardare, ti potrebbe anche sembrare, se lo fissi con la mente sgombra, che dietro quel muro opaco sorrida qualche scintillio di stella…

-ma non era giorno?

-notte o giorno vivono insieme, sta agli occhi di chi approda discernere e scegliere.

-e quel timoniere vestito di bianco, perché non mostra il suo volto? chissà cosa nasconde?

-ma perché quel volto ne ha infiniti insieme, potrebbe essere chiunque. Ognuno può essere timoniere, e quel passeggero che stringe i remi forse un giorno lo è stato a sua volta in un altro viaggio, e forse è stato lui stesso, che ora è passeggero, a indicare la strada a chi adesso veste di bianco…

-cosa assai bizzarra…

-affatto…l’importante nel viaggio e non imbarcarsi mai da soli

                                                                                                                                         
                                                                                                        Fizzi e Arnold (che mi perdonerà per l'innocuo scherzo)




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5 febbraio 2008

La favola più antica del mondo IV

Dialogo fra re e e mendicanti




Vi è un ponticello alla fine di una strada,un uomo avvolto in un povero mantello è seduto sul margine del ponte. Un re annunciato dalla fanfara del suo seguito giunge alla fine della strada prima del ponte.

-Salute servo, fatemi passare!

-non posso, gentile signore

-come sarebbe a dire che non potete? Come osate?

-non oso nulla, vi rivelo una verità

-ma io sono il re

-molto piacere, gentile signore

-ma cosa dite! Io sono il re e dovete inchinarvi a me!

-potrei farlo se lo volessi…ma vedete, amico mio, oggi ho un dolore davvero ostico, proprio qui sulla schiena, oggi come ieri, e ieri come duemila anni fa, non riesco proprio più a chinarmi.

-cosa ridete? Mi prendete in giro? Duemila anni fa è nato il Supremo e dovete inchinarvi a me per inchinarvi a lui, poiché è lui che servo!

-é meglio che indichiate il cielo solo per giocare con nuvole e stelle. Ma portatemelo qui, costui che dite, per conoscerlo dunque, se è così supremo forse saprà guarire il mio mal di schiena

-la vostra insolenza non ha limiti, non sapete chi state offendendo!

-oh no, nessuna offesa, caro signore mio, non ne sarei in grado, un po come questo mal di schiena che mi tiene la schiena ben dritta, ho anche qualcosa qui nel cuore che gentilmente mi impedisce di offendere di mentire di fare brutti o tristi pensieri. Ma se voi siete il suo servo, non oso immaginare come sia il vostro padrone…

-mi avete stufato, vecchio insulso, lasciatemi passare, velo ordino, che questa è la mia terra come tutto quello che vi circonda…

-oh no, mio cordiale amico, la vostra terra finisce proprio li, vedete? Lì all’inizio del ponte

-ma cosa dite, state dicendo che io sono vostro ospite adesso, io? il re?

-mio ospite?ma signore perdonatemi se rido, ma come fa ad esserci un ospite e un ospitato de di nessuno è il luogo?

-ma ribadisco che questo luogo è il mio!

-ma, mio piccolo re, abbiate pazienza, guardate la vostra mappa

-quale mappa?

-la mappa del mondo, che è il vostro regno, la mappa che portate sempre con voi per guardarla ammirato e ricordarvi di quanto siete potente e superiore

-la mappa delle mie terre! Signore Supremo! Ma voi avete ragione, questo ponte non è segnato nella mia mappa, come è possibile?

-Suvvia, non alteratevi altrimenti, avete tutto il resto per poter giocare a distruggre, cosa volete che sia un misero ponticello?

-sciocco! Non è il ponte che mi interessa, ma le lande oltre il ponte! Quindi fatemi passare o vi opporrò tutta la forza del mio sterminato esercito!

-non posso, me ne duole molto

-e allora come faccio a passare?

-oh  ma prego passate pure, mio caro

-ma, avete detto fino a un momento fa che non potevate farmi passare!

-infatti non posso farvi passare io, non ho alcun diritto di farlo, se volete attraversare il ponte dovete farlo da solo, certo io posso consigliarvi, aiutarvi come posso,accompagnarvi durante il cammino, sostenervi con tutto me stesso, ma il ponte è solo nel vostro onere poterlo attraversare.

-Dunque dite che è così difficile attraversarlo?ma non siate ridicolo! È un ponte!

-si un ponte, un semplicissimo ponte, così facile da attraversare, pochi passi e sarete dall’altra parte

-Dunque posso atraversarlo?

-certamente

-allora lo attraverso

-sicuro

-ora vado allora

-Certo, cosa state aspettando ?

-ecco io…

-non lo attraversate?

-io…io sono il re!

-questo lo avete già detto, amico mio, ribadirlo vi farà perdere solo tempo

-io attraverserò il ponte

-si, fate pure

-io...

-la via è libera quando volete

-ora vado...ma chi è costui che viene?

-chi?

Giunge un uomo vestito di stracci, che si appoggia su un bastone nodoso. Non vede il re e sbadatamente lo scontra, non violentemente, ma quanto basta perché la corona cada dal capo di quest’ultimo e finisca al suolo ai piedi del mendicante.

-scusami, ero distratto e non ti ho veduto prima, ti ho fatto male?

-allontanatevi da me!vigliacco impostore!

-si ecco ora vado, scusami ancora e…oh guarda, ti è caduto il cappello. Ecco tieni, si è solo ammaccato un poco di lato, ma non preoccuparti tene farò un altro più resistente e più caldo che questo mi sembra piuttosto inutile per coprire il capo.

-Sciocco! Non toccate la sacra corona, potete infettarla con le vostre sudice dita!

-Non temere non sono malato, non mi ammalo mai…

-allontanatevi vile! Allontanatevi ho detto!

-come vuoi, amico mio, ma ti prego vienimi a trovare quando vuoi: avrò già un cappello pronto per te, intanto trova un altro utilizzo per quello che hai che così non serve a nulla, magari chessò puoi usarlo come vassoio per il pane, come calzascarpe, o magari offrilo ai bambini per giocare, tutti quei dentelli appuntiti e freddi potrebbero essere un nuovo mostro da sconfiggere per le loro belle fantasie…

-Ma cosa dite! E ora...ma che fate! Attraversate il ponte?

-si è liggiù che abito

-li avete la vostra casa?

-oh no, lì di mio non vi è proprio nulla!

Il mendicante si allontana oltre il ponte salutando con la mano sia l’uomo col mantello che il re.

-Ma chi era quel dannato poveraccio, che ha insudiciato la mia corona e la mia perosna con le sue insensatezze?

-ma come non avete visto con i vostri occhi?

-Un mendicante…

-con i vostri occhi…

-ma chi è che comanda oltre il ponte, chi è il signore che permette un tale scempio? Fa entrare un mendicante nelle propie lande!

-quellìuomo che voi cercate lo avete conosciuto qualche attimo fa

-quello il re? Un mendicante?ma se non ha detto neppure di possedere una casa! Non troverà neppure soldi per farmi un cappello!

-se continuerete a farvi cappelli con i soldi, amico mio, non avrete mai la testa coperta e al caldo

-non dite insensatezze! Io sarò il re anche di queste lande!

-no, non sarete il re, ma sarete re, o come voi dite, mendicante, così come era quell’uomo così come lo sono tutti oltre questo ponte, così come lo sono anche io

-quel che dite non ha senso! Voglio attarversare il ponte!

-non temete, amico mio, vi aiuterò

-davvero?

-certamente, sono qui per questo





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13 gennaio 2008

Risveglio




 

Il grande albero sospirò. Ma il vento credette che fosse solo un normale respiro.

Sospirò e mosse gli occhi. Li schiuse appena sollevando le palpebre di corteccia. Quanto bastava per far penetrare qualche goccia di luce nelle sue pupille di linfa e legno. Spiò i rami e vide che le foglie erano verdi. Piccole, rade, ma verdi. Le scosse un po’, lentamente assecondando il vento così da fargli credere che quel lieve dondolio fosse frutto del suo soffio. Un sorriso piccolo piccolo gli si disegnò fra i nodi. Si accarezzo la chioma con un pensiero di primavera. Mosse le radici con un impercettibile sussurro, percepì la terra umida in profondità, ma l’acqua era amara, sapeva di lacrime. Il suo sorriso si spense e i nodi della corteccia si corrugarono.

Lasciò allora cadere una foglia dal suo ramo più alto, lasciando che si librasse con un mite brivido d’addio. Vide che la foglia non prendeva il volo, non sfumava verso il sole, ma ricadeva turbinando verso terra ammorbata da un aria pesante, imbevuta di pessimismo e tristezza. Solo il vento la accompagno un po’, ma era solamente un gioco, poi la abbandonò senza neanche accorgersene.


Il grande albero sospirò di nuovo. Un sospiro mesto, ma non rassegnato, l’aria sprigionata da quel soffio antico si inebriò di rugiada che ornò le sue foglie di frammenti dell’alba nascente, briciole di speranza che per qualche istante liberarono l’aria dal suo aspro torpore. Poi i suoi occhi si richiusero, tornò immobile e saldo con uno scricchiolio che parve la prima nota di un canto o il punto di una domanda sospesa. Questa volta quasi il vento se ne accorse, ma poi continuò il suo viaggio.

Non era ancora tempo…







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19 dicembre 2007

La favola brutta



La maggior parte delle favole sono belle. Iniziano bene, proseguono male e finiscono bene, iniziano male proseguono peggio e finiscono bene. Comunque finiscono bene, per sempre felici e contenti, o per lo meno finiscono. Ci sono poi delle favole brutte. Non solo perchè sono scritte male o per l'inefficacia dei soggetti presentati, ma perchè la risposta all'interrogativo drammatico è negativa,il che è ancora sopportabile. Ma peggio ancora la fine della favola non offre nessuna risposta. magari sono successe un sacco di cose che hanno seminato idee e prospettive qui e li, ma alla fine non si raccoglie nulla e tutto resta sospeso. Come in quelle favole in cui anche quando sono finite ci si continua achiedere perchè all'infinito.
Questa è una di quelle:


C'era una volta un anatroccolo, piccolo e aggraziato. Era bello e di tutti i colori.Quando il suo uovo si schiuse era solo, ma non sapeva di eserlo perchè non aveva mai conosciuto la compagnia. Quando da solo imparò a camminare iniziò ad andare in cerca di qualcosa anche se non sapeva cosa.
Fece qualche passo e incontrò uno specchio d'acqua, allora si affacciò su di esso e vide che c'era un anatroccolo bello aggraziato e dai mille colori.
-sei tu quel che cerco? gli chiese
Ma l'acqua non rispose.
Lo chiese ancora, ma l'acqua restava muta. lo chiese altre cento volte ma l'acqua taceva.poi iniziò a piovere el'acqua si increspò e l'anatroccolo bello e aggraziato che vi era riflesso se ne andò. vedendolo andar via l'anatroccolo rposeguì il suo cammino. non gli importava del silenzio perchè non aveva mai conosciuto un'altra voce.
Un giorno incontrò un sasso e gli chiese:
-sei tu quel che cerco?
Il sasso non gli rispose, allora lui ripetè:
-sei tu quel che cerco?
il sasso non rispose neanche stavolta, ma l'anatroccolo non si volle pensare sconfitto pechè non conosceva la vittoria e continuò a ripetere.
-sei tu quel che cerco?
finchè il sasso stufo gli rispose:
-no che non sono io! vedi che sono un sasso, ho solo qualche colore io, non sono la tua mamma!
l'anatroccolo non capì e salutando e scusandosi si allontanò.
Dopo un po che camminava incontrò una quercia.
-Sei tu quel che cerco?
-ma cosa dici! rispose la quercia arrabbiata. io ho qui la mia linfa, ho qui il mio sole che mi cerca coi suoi raggi. Tu non mi cerchi perchè non ho bisogno di te. Vattene via.
-L'anatroccolo salutò e andò via scusandosi, non capì però quello che disse la quercia, non sapeva cosa fosse il buisogno perchè non aveva mai conosciuto l'appagatezza.
Dopo pochi passi vide una foglia caduta al suolo.
-sei tu quel che cerco?
-non vedi? sto morendo, lasciamo morire in pace.
-scusa se ti ho disturbato disse l'anatroccolo, e penso che se anche lui avesse dovuto morire non sene sarebeb accorto perchè non sapeva cosa fosse la morte.
L'anatroccolo continuò a camminare, non era stanco eprchè non conosceva il riposo. Non aveva sonno perchè non sapeva cosa volesse dire dormire.
Arrivò ad un bosco, fitto e scuro, vide un sospiro aggrappato per caso ad un albero.
-sei tu ciò che cerco?
-io? chiese il sospiro
-si
-dipende da cosa cerchi
-cerco qualcosa
-mi dispiace io non sono nulla, non vedi? sono solo un triste sospiro
poi con un colpo di vento il sospirò volò via e si dissipò.
l'anatroccolo non capì, non aveva mai conosciuto la felicità.
Si addentrò allora ne bosco e dopo un po che camminava giunse in una radura dove c'era un bel prato verde e in mezzo al prato un infinità di rose rosse. Si avvicinò a una di esse e chiese:
-sei tu ciò che cerco'
la rosa rise e disse:
-certo! sicuramente, sono io! mi cercano tutti 1 tutti mi vogliono, sono sicuramente ciò che cerchi anche tu!
l'anatroccolo allora pensò di aver trovato quello che cercava, si sneti felice, appagato della sua vittoria, con un sospiro contento si gettò aterra perchè si accorse di essere sfinito dopo tutto quel tempo che cercava, ma ormai l'aveva trovato e non doveva più cercare, poteva morire lì adesso e non gli importava.
-e cosa sei?
Chiese allora l'anatroccolo
-ma come! non mi riconosci!
-veramente non saprei!
-come puoi non riconoscermi! vattene via non sei degno di me!
L'anatroccolo si scusò e se ne andò ma subitò incontrò altre rose, tutte uguali alla prima che avevano per lui tutte la stessa risposta. Si spaventò e corse via allontanandosi, scorpì cosa era il timore, scoprì cosa era il terrore, scoprì cosa volesse dire vacillare. si lasciò cadere su un tronco, scorpì cosa fosse il dolore dell'aninma, e solo allora scoprì di essere solo, perchè con il dolore si capisce che manca qualcosa e non vi era nessuno che potesse colmare le sue mancanze. capì allora cosa cercava, cercava qualocsa di simile a lui per dirgli di non aver paura così da non averne anche lui, qualcuno che gli dicesse di non tremare così da scacciare a sua volta la paura.
Si vide ed era diventato nero, goffo, davvero poco aggraziato. la paura lo faceva tremare, lo afceva morire, ma storpio e vuoto si rimise in cammino, alla ricerca di qualcosa, non sapeva cosa ma era sicuramente ciò che gli mancava.









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15 dicembre 2007

Per via






Ovunque cada l'alba sulla mia strada, senza catene vi andremo insieme

                                            Fizzi




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14 dicembre 2007

La storia più antica del mondo III

  Dialogo fra un Sonnambulo e un Arlecchino

 
                                        



-Ti vedo. Lo sai?

-Mi vedi?

-Si, tutte le notti da questa finestra,tutta la notte sei laggiù a vegliare e non sei un sogno. Sei vero.

-Vero come un sogno

-Cosa pensi? cosa guardi senza dormire? Darei metà del mio denaro per saperlo.

-Così tanto?non ne vale la pena, non valgono un soldo i miei pensieri, e io stesso valgo meno di un granello di sabbia.

-darei metà del mio denaro per vederti dormire!

-A cosa servirebbe?

-Se dormi non pensi, non guardi, non sospiri. Se dormi si addormenta anche la mia curiosità. Soffro sai?

-Soffri?

-Si…soffro nel mio sonno. Tutti questi tuoi sospiri nell’aria mi ronzano nelle orecchie carichi di chissà cosa, tutti questi pensieri si condensano e scintillano qui e li fra i lampioni spenti, e io che li vedo e non so dargli forma a quelle lucette, come delle caramelle incartate di cui non puoi sapere il gusto. È una tortura. Una vera tortura. Non credi?

-Ma non è nulla. Nulla davvero, quelle scintille valgono meno di un granello di carbone, se ne stanno lì, innocue nell’aria, si forse qualche volta sembrano le stelle di un cielo malato, ma sono fatte di nulla come l’aria.

-Eppure sono scintille, scintille colorate come di un incantesimo, un artificio, o uno scherzo di occhi stanchi.

-Stanche forse…stanco si. Stanco.

-Che dici?

-Chissà perché, si vengono a creare quei ronzii sussurrati che sono spettri di carezze e i tintinnii dei baci che a volte l’eternità ti lascia sulla fronte. Ci deve essere qualcosa nel contatto con la notte: un suo gioco, un suo scherno, un mistero insolubile.

-Cosa pensi dunque? Cose più grandi di te? Ma non vedi come sei piccolo? Non sei nulla

-Ed è proprio questo, credo. Vesto i colori di tutto per essere nulla, sono un involucro vuoto. Non sono piccolo, sono semplicemente nulla…

-E già che rincorri pensieri giganteschi. Perché non dormi, dormi come tutti e non pensare, Non sai che la notte è crudele, che ti aggredisce con i suoi germogli d’ombra?

-Lo so bene. Teli getta lì nella mente. Se dormi si trasformano in sogni, e la sua crudeltà finisce li: si spegne in sogni non veri nella Cosenza del mattino. Ma se vegli allora è il maggior pericolo. Quei semi neri ti si incastrano nella testa e crescono e si innalzano che neanche hai il tempo di respirare.

-Dunque dovrebbero essere nere quelle scintille e tuoni quei sospiri…

-No signore, ed è proprio qui la magia. La magia dei miei colori. I mie pensieri sgorgano dal mio nulla, poi attraversano questo mio involucro e si tingono e si colorano.

-Dipingi d’arcobaleno delle pietre nere, ma ne tingi solo la pelle, all’interno restano neri, è per questo dunque che li sento e non posso dormire! È tutto un trucco! Un illusione. Sei la maschera di te stesso…non te ne accorgi?

-Sono nulla, nulla e niente più, è la mia malattia è la mia morte è la mia falsa magia


 
    Fizzi









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4 dicembre 2007

Foglia

 

Forse una foglia che cade non pensa a quando toccherà il suolo, a dove si fermerà, neppure rimpiange il suo umile trono di legno ma durante la sua caduta si sforza di rimanere in aria il più a lungo possibile, prega il vento perchè la faccia volteggiare, e prima di posarsi accarezza di ricami il cielo per disegnarlo un po' con la sua scia di vita
                                                     


"La meta del viaggio non è la sua fine ma il viaggio stesso"


                                                                                               Fizzi


                                                                               




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14 novembre 2007

La storia più antica del mondo II

 
Dialogo di un Tagliagole e di un Canarino



 


-Che ci fai chiuso li dentro?

-Niente

-Perché sei rinchiuso?

-Non lo so

-E che fai?

-Canto

-Perché?

-Per ammazzare il tempo

-Anche io ammazzo cantando

-Perché canti quando ammazzi?

-Perché ho paura

-Paura di che?

-Di uccidere

-Allora perché ammazzi?

-Non lo so, forse per lo stesso motivo per cui tu sei rinchiuso li. Ho questo coltello e niente più

-Forse

-Però è un peccato, è sprecato il tuo giallo lì dentro

-Perché?

-Perché dovresti essere libero e portare il tuo giallo nell’aria per colorarla un po’

-Vuoi liberarmi?

-Si! Posso rompere la tua gabbia con il coltello

-E poi non mi ucciderai?

-Il coltello si romperà e non ne avrò un altro…ma tanto se c’è il tuo giallo in cielo, mi fermerò a guardarti e non avrò necessità di uccidere

-E di cantare?

-Di cantare forse si. Sai volare?

-No, sono sempre stato qui dentro, le mie ali sono inutili, se mi liberi morirò ugualmente anche se non mi uccidi tu.

-Se io potessi imparerei subito a volare, anche con ali marce, poi l’aria le rifarà vivere

-Ho paura

-E allora canta! Io ti libero

-E poi dove andrai?

-Torno nella mia gabbia e aspetto di vedere in cielo una macchia gialla

                             


                                                                                                                             Fizzi




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25 ottobre 2007

La storia più antica del mondo

                         Dialogo di un lucernaio e di un affossatore







-Dove vai?

-Passavo di qui?

-Perché hai una lucerna in mano. E quel lungo bastone?

-Sono lucernaio, accendo i lampioni di questo villaggio

-Ma non ci sono lampioni qui

-Si lo so

-E allora che te ne fai della lanterna?

-La uso per guardare negli angoli, per mandarne via l’ombra e trovare anche di notte un rifugio per la luce.

-Perché? la luce deve riposarsi?

-Certo! Altrimenti come potrebbe resistere tutto il giorno

-E quindi tu gli scovi un rifugio per la notte, così come le a nime buone fanno con quelli che non hanno casa

-Si più o meno

-E del bastone che ne fai?

-Vedi? Alla fine del bastone , proprio in fondo c’è un gancio

-Si. È quello che serve per aprire le gabbiette dei lampioni

-Si proprio quello

-Ma non ci sono lampioni qui

-Infatti, però tanta gente si getta nel fiume lanciandosi dal ponte

-E dunque?

-E dunque spesso molti di loro si dimenticano di togliersi il cappello

-Ah ecco! E tu quindi raccogli col bastone dal fiume i loro cappelli

-Si, prima che la corrente li porti al mare

-E perché? non ne farai collezione?

-No no! Io colleziono solo la luce delle stelle

-E dunque?   

-Prendo i cappelli, li asciugo un po’ con il fuocherello che sta dentro alla lucerna, e poi li appoggio lì, sul muricciolo del ponte.

-Ah ecco, ce ne sono un bel po di cappelli lì sopra al mattino, pensa che neanche il vento sembra riuscirli a spostare.

-Si infatti è così, e tu che passi puoi dire “ah ecco vedi, questa notte il vecchio col cappello marrone ha fatto una nuotatina fino al mare”

-Una cosa saggia dunque

-Spero almeno

-Si, bel mestiere quello del lucernaio

-E tu invece perché sei sdraiato qui?

-Io sono affossatore, da sempre praticamente

-Ma le tue mani non profumano di terra

-No davvero

-E non vedo fosse nè pietre

-no non muore mai nessuno qui

-No tutti si gettano nel fiume fino al mare

-E' bello il mare

-Si infatti.E dunque che fai?

-Tanto tempo fa passavo il giorno a coprire di terra la luce per farle ombra

-Davvero?

-Certo credevo che avrei dovuto far riposare l’ombra durante il giorno altrimenti durante la notte non avrebbe resistito.

-E popi cosa è accaduto?

-Mi sono accorto che non si può coprire la luce e se vi getto sopra la terra, sulla terra compare nuova luce.

-Si infatti. E quindi te ne stai qui sdraiato

-Si, spesso colgo l’anima o il suo respiro immersa nella ricerca dell’attimo puro.

-Davvero?

-Esattamente.Concedigli anche solo un istante all’anima, basta anche il più celato istante in cui la coscienza sospenda il suo rovello, il suo borbottio, il suo ingombro spietato. Ecco che l’anima si precipita nel tentativo di tagliare i suoi confini, di distaccarsi come un foglio di carta illibato. Risveglia tutte le sue forze in lei annodate dal torpore della prigionia per sollevarsi da ciò che era e ciò che sarà. Si arma di spoglia leggerezza per sfumare la necessità concatenata degli avvenimenti, per sfuggirne. Vuole dimenticare le cause che in quell’istante l’anno condotta e annientare l’incombenza delle conseguenze. È solo così che perderebbe ogni parvenza di forma che le si è comandato, che sarebbe solo essenza sospesa nell’attimo puro, l’attimo più piccolo e insieme il più immenso, dove ogni cosa è immutabile ed eterna perché sulla sua estensione non vi è spazio alcuno per gli avvenimenti, per il concatenarsi affilato dei moventi e dei mossi.

Ma appena la coscienza torna vigile ogni sforzo dell’anima viene cancellato, viene di nuovo seppellita dal turbinio inarrestabile degli eventi che insaziabili le rotolano sopra.

Ed è in questa dinamica imperturbabile, in questa ricerca di ciò che potrebbe sembrare una fuga, ma fuga non è perché è immobile sospensione, che l’essere umano annichilisce la sua esistenza e da vita alla sua condanna.

-E come si fa a lasciare che l’anima si sospenda per sempre?

-Non saprei

-E dunque?

-E dunque è anche per questo che sto qui sdraiato, vuoi aiutarmi?

-E poi chi farà il lucernaio? Chi raccoglierà i cappelli dal fiume?

-Ma non cene sarà più bisogno!nessuno avrà più bisogno di andare fino al mare, sarà il mare che giungerà qui da noi.

-E credi che tutto questo avverrà se resti qui sdraiato?

-No, forse hai ragione

-Pensi davvero?

-Si, vengo con te

-Dove andiamo?

-A far riposare la luce no? La notte è ancora lunga.
   
                                              


                                                                                                            Fizzi




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25 giugno 2007

Sonetto

 

Er sorcio de città e er sorcio de campagna
Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
- Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
- je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
L'intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde 'na trappola anniscosta;
- Collega, - disse - cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi...?
- Macché, nun c'è paura:
- j'arispose l'amico - qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi! 

                                                                             
                                                                              Trilussa




                                              




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26 maggio 2007

Saltimbanco



Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d'essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

 

 

Ho posato la maschera
Ho posato la maschera e mi sono visto allo specchio....
Ero il bambino di tanti anni fa....
Non ero cambiato per niente....
E' questo il vantaggio di sapersi togliere la maschera
Si è sempre il bambino
il passato che resta,
il bambino.

Ho posato la maschera e me la sono rimessa.
Così è meglio.
Così sono la maschera.

E ritorno alla normalità come a un capolinea.

 
                                              (F.Pessoa)



 

Per chi ha mille volti dentro e una sola maschera per coprirli tutti.
Per chi ha mille maschere su un solo volto.
Per chi ha una maschera per ogni volto, per chi un volto non sa neppure cosa sia.
Per chi ha mille maschere dentro e un solo volto da mostrare a tutti.
Per chi una maschera non riesce a modellarla, per chi ha fuso la maschera sul volto tanto che non riesce più a posarla da nessuna parte.
Per chi non è nulla, ma nel nulla inventa un esistenza


                                                                                                                  Fizzi 




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14 maggio 2007


                    .....Ferirsi non è possibile


                 


E' difficile trovare il bianco, il bainco vero, non quello fatto dagli uomini. Quello senza increspature, intacchi, venature, macchie, inattaccabile, che puoi immergerci gli occhi e le mani senza toccarlo. Lo si trova solo in qualche briciola di cielo, lontano, lontano, sotto l'ultimo repsiro dell'aria o in qualche corolla nell'istante incommensurabile in cui germoglia e beve la prima goccia di luce. Ancor più raramente lo si trova nel mare, quando qualche sospiro che si è smarrito si innzalza sulla spuma naufraga, sotto il sole, e parla scintillando che nessuno può sentirlo, che nessuno può disegnarlo.
Il bianco è come la fine soffice di quelle favole che si raccontano ai bambini mentre già si sono addormentati.
E' come lo spazio fra un colore e l'altro, quello che vive oltre i confini del dipinto e oltre la carta fra le parole.
Il bianco non ha definizione. Il bianco è già finito, ma rivive in ogni secondo, come un unica cosa.

                             
 Per chi, rara come il bianco, ha la musica negli occhi


                                                                                                         Fizzi

                                        




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19 aprile 2007

Il Gioco della Guerra



E non servono altre parole...




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16 aprile 2007

Favola


Il Signor Mondo e il Vecchio Utopio



Un giorno il Vecchio Utopio incontrò il Signor Mondo e vedendolo molto mal ridotto, zoppicante, ansante, curvo, lacero e sporco, lo prese sottobraccio impietosito e lo invitò a passeggiare con lui.

“Amico mio, Ti chiami Mondo eppure mi sembri sporco e trasandato, che nulla di mondo hai indosso”

Il Signor Mondo sospirò e accompagnandosi all’amico seguì i suoi passi, poi rispose:

“Tutti questi esserini che mi camminano addosso mi infangano, mio caro, sono così piccoli e insignificanti, così inutili effimeri, fragili, eppure guarda, in neanche diecimila anni mi hanno coperto di fango, di acciacchi di macerie scure e di macchie rosse. Quel rosso che a loro piace tanto, lo lasciano scorrere sulla mia pelle senza preoccuparsi di quanto mi faccia male. Guarda queste povere spalle come sono curve, mi hanno sviscerato delle cose più insignificanti e ne hanno fatto delle cose preziosissime, e devi vedere come si affannano! Gli potrei togliere l’aria, amico mio, ma mai riuscirei a privarli di quelle cose luccicose che adorano, con cui si adornano, con cui si esibiscono, con cui si vendono e si comprano, con cui si uccidono. Io ho offerto loro i colori, glieli ho regalati, non desideravo nulla in cambio, gli ho offerto cose immense, cose infinite, gli ho regalato l’eternità. E loro che fanno? La camuffano quella bella eternità, la spezzettano e la colorano di nero, perché ognuno ne vuole un pezzetto per se, solo per se, guai a loro a offrirlo ad un altro quel briciolo di eternità che eternità più non è! Gli ho offerto il mare e loro hanno inventato le onde, gli ho offerto il cielo e hanno inventato le costellazioni, gli ho offerto i fiori e loro strappandoli hanno inventato i petali. Le cose intere e infinite non gli piacciono, le frammentano e gli danno un nome per poi vederle morire e sbriciolarsi nelle loro mani. E devi vedere quante parole inutili hanno inventato per storpiare e uncinare la musica della loro anima! Ricordi ancora quando il loro cuore scorreva continuamente? Adesso invece, basta appoggiare un orecchio sul loro petto, e quello scorrere lo senti pulsare: hanno frammentato anche quella musica, e ne dividono i battiti per le cose più impensabili…

Utopio sorrise.

“C’è da dire che hanno ingegno, mio buon amico, per quanto siano minuscoli e fragili, hanno ingegno e forza ineguagliabile…”

“Ingegno micidiale! se tu lo chiami ingegno io lo chiamo follia malata…”

Il Vecchio Utopio strinse a se l’amico sorreggendolo con maggior vigore.

“Vieni con me…”

“Dove mi porti?”

“Vieni con me…conosco un luogo dove potrai guarire…”

“Davvero? Un posto senza uomini?”

“No, No, gli uomini ci sono, ce ne sono tantissimi…”

Il Signor Mondo rise credendo che l’amico stesse scherzando.

“Vuoi uccidermi dunque!”

“Non temere, amico mio, che nel luogo dove ti porto il rosso non macchia la terra e non la imbeve, ma tinge le gote di chi si guarda negli occhi. I cuori, sì, battono e pulsano perché non sanno scorrere, ma ogni battito colma il silenzio dell’altro e tutti insieme ricreano quella musica antica e futura…”

“Ma tu parli di uomini immensi, di uomini che con i piedi toccherebbero il mio centro senza scavare e con le mani alzate accarezzerebbero il cielo senza saltare…”

“No, mio gentile amico, parlo di uomini piccoli piccoli, come quelli che adesso ti uccidono, uomini che sono bambini, che hanno gli occhi di bambini e le mani di bambini e parlano come bambini che come bambini si conoscono…”

“Tu parli di un gioco, non di una vita…”

“Io non ti parlo di una vita, ma di tantissime vite che sono un unico gioco che è il più saggio dei giochi…”

“E questi tuoi uomini che ne hanno fatto dei soldi? Dell’oro, dei calici, delle gemme? che ne hanno fatto dell’argento, degli idoli imperlati, delle colonne dei palazzi, e di tutta quella carta che strappano agli alberi per macchiarla coi numeri?”

“Hanno scoperto che non c’è miglior numero della musica, e hanno fuso tutto l’oro e l’argento per soffiarci dentro come fossero legno o latta  e farne uscire sinfonie accordate con quel nodo di battiti che si sono scoperti dentro…”

“E di tutto quel ferro, di tutte quelle armi di tutta quella polvere, che ne hanno fatto? Non possono averne fatto musica, hanno un suono troppo cupo e sgarbato!”

“Delle armi amico mio ne hanno fatto ponti. Le hanno spogliate dei proiettili e della polvere, le hanno tutte ammucchiate sapientemente come tanti mattoni e le hanno messe tutte in fila da una costa all’altra per soffocare le distanze e sorvolare le acque per unire le terre. E tutte quelle bandiere, tutti quei colori senza senso li hanno fatti tutti a pezzi e poi con infinite mani li hanno mescolati e ricuciti insieme per farne vesti leggere all’aria e calde per il freddo, vesti coloratissime e i colori fondendosi ne hanno formati di nuovi, che puoi vederli cambiare e mescolarsi di continuo mentre camminano, mentre corrono e volano…”

“E il loro Dio? che fine ha fatto quel loro grande Dio che mi hanno creato sulla testa e che mi pesa come un macigno inerme?”

“Quel Dio, amico mio, e tutta quella insulsa boriosa schiera di Dei, ascolta bene: Quel giovane Dio è diventato uomo!”

“Uomo?”

“Si! Si è strappato la barba bianca e la ha ridata alle nuvole del cielo, si è tolto l’aureola e la corona e le ha riconsegnate al sole a cui le aveva rubate! E adesso lo vedi li, bambino come gli altri, che suona con l’oro e cammina sui ponti di armi…”

“E tutti lo hanno scambiato per un profeta…e tutto è iniziato da capo…”

il Vecchio Utopio rise con gentilezza

“Ma no! Ma no! Si è dimenticato di essere Dio, non lo è più neppure per un briciolo,e anzi ha scoperto anche di non esserlo mai stato! Ora è uomo, uomo e basta e per sempre vivrà sulla terra e mai più in cielo e tutti gli sorrideranno come sorridono agli altri e lui sorriderà come gli altri si sorridono, e crederanno in loro stessi e negli altri così come un tempo credevano il lui!”

“Tu mi prendi in giro, amico mio!”

“Ma no! Ma no! Vieni, appoggiati a me. Vieni che ti mostro tutto…”




                                                        Per chi, come me, crede che qualcosa possa sempre cambiare e non si arrende




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14 aprile 2007

Chi Veglia


"ora immagina... 
 
 

se non senti più vita,immagina una ghirlanda di fiori..non sono gigli candidi,e nemmeno aulenti orchidee,ma timide margherite con il loro viso di sole,e papaveri  dalle delicate lingue vermiglie,e spighe dorate di grano... 

                                                         

essa cinge il tuo capo come una corona,ma è tiepida di vita,ed emana un profumo d'estate..
   
       

e se nelle tue vene non pulsa più il sangue,immagina due guanti di morbida lana,che avvolgeranno e stringeranno le tue mani,e le riscalderanno fino a far di nuovo fluire la linfa... 
                     
                    

e ora sogna,dormi e sogna,dona il tuo dolore alle stelle algide,e riporta la loro luce nei tuoi occhi..."
 
  

                                                     La Poetessa, Marc e Fizzi




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13 aprile 2007

I Colori dei Fantasmi


La bimba a cui piacevano i fantasmi




-Questa notte ho visto un fantasma, ho avuto paura

-Perché?

-Ho sentito la sua voce così all’improvviso, mi sono alzata per andare a controllare cosa fosse e    quando ho realizzato che poteva essere un fantasma ho avuto paura.

-Un fantasma...

-Adesso ho paura di andare a dormire

-Non ti piacciono i fantasmi?

-Si mi piacciono molto i fantasmi, solo che ho paura

-Se ne vedi uno questa notte chiama me, ti proteggerò

-Non scherzare…

-Non scherzo, lo farò addormentare

-Come farai?

-Lo addormenterò suonando un arpa

-Ma io non ho un arpa!

-Ma non un arpa vera, il fantasma è fatto d’aria, potrà addormentarsi solo con un arpa d’aria

-Si è vero

-Se avrà gli occhi blu avrò un arpa per addormentarlo

-Gli occhi blu…

-Non hai guardato il fantasma negli occhi? Per capire come addormentarlo devi scoprire di che colore sono i suoi occhi…

-Gli occhi…

-Se ha gli occhi blu. Blu come un metallo sotterraneo, blu prigioniero di una profondità da cui non può evadere, come i sospiri infiniti di un abisso. Le note invisibili dell’arpa faranno una scala sottile, gradini esili come capelli, e il blu dei suoi occhi si arrampicherà sul loro vibrare, danzerà fuori dall’iride che lo incatena e si espanderà diventando mare dove riposare.

-Blu…

-E se ha gli occhi grigi, come quelle pagine dei libri mai scritti, come l’inchiostro secco sul fondo dei calamai, come la ruggine del tempo, allora gli racconteremo una storia. Una favola come si fa coi bambini che della favola non conoscono la storia, ma percepiscono il suono delle parole e i loro colori. Gli racconteremo una storia, e gliela scriveremo addosso giocando con i nostri occhi e dipingendo con le mani, e dovrà essere una storia che ha più colori del giorno, dobbiamo riempirlo di colori come i raggi del sole fanno con la pelle delle onde, e allora prima che alla storia troveremo un finale si addormenterà con gli occhi pieni di sfumature nuove.

-Una storia senza finale…

- Si..

-E se avrà gli occhi rossi?

-Se avrà gli occhi rossi, devi stare attenta…

-Devo aver paura

-No, tutto il contrario, solo sorridendo potrai farlo addormentare. Sono occhi di un rosso che è di braci morte, di acciaio sciolto nel fuoco, di steli aspri di spine, della polvere rubiconda di cui si nutre il crepuscolo.

-Se sorrido dormirà?

-Prima devi imparare a sorridere guardandolo negli occhi di lava, allora si addormenterà al tuo fianco, e il rosso dei suoi occhi si trasformerà in ciliegie mature e papaveri e scie di nuvole all’alba. Solo allora potrà dormirti al fianco senza aver paura.
 
 


                                                         Per chi, come me, ha paura del buio

                                      




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4 aprile 2007

Respiro

       

             Ora il Tempo é un signore distratto

   
E un bambino che dorme





                              Ma se ti svegli e hai ancora paura

         Ridammi la mano





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20 marzo 2007

Il Blu e il Verde



C'è una linea perfetta che cammina fra il verde e il blu. Perfetta non perchè taglia o fende, ma perchè abbraccia il colore, morbidamente, come la veglia di un bambino in estate.
E ogni filo d'erba è abbracciato più di un qualsiasi mare che abbraccia le sue onde, e c'è un soffice pendio di orizzonti mescolati, di quando non hai voglia di camminare perchè il cielo si muove troppo lentamente e col vibrare di un movimento potresti affondarci dentro.
Il blu algido e crudo, si spoglia delle sue lame fredde e veste dell'umilta del profondo, tiepido come il tempo fermo.
Non c'è il sole. Si è sbriciolato di colpo come sabbia fulgida e con un morso di velluto ha aggiogato i fianchi dei campi in un talamo di sfumature illibate.
L'immensita è povera, quasi un mendicante che sorride. E qua e la, per caso, senza volerlo, senza neppure accorgersene, c'è il denso sospiro di una nuvola, che striscia in dolci spire di latte. Innocuo come il presagio di un tramonto troppo lontano.

E' qui che ho visto smarrirsi l'infinito.
L'ho visto rincorrere qualcosa in un gioco puerile.
L'ho visto adagiarsi sui confini della cornice e assorbirli in se come fossero di seplice rugiada.
E seguendo il suo gioco fortunatamente non riesco più a ritrovarmi...

                                                                                        Vincent e Fizzi




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17 marzo 2007

L'ultimo viaggio


                            L'Ultimo Viaggio

                             


...Mi Impose di incamminarmi e attraversare molte città e, nel mio vagare, di portare sulla spalla il remo di una barca, ben costruito; e mi ordinò di non fermarmi prima di essere giunto fra la gente di un popolo che non si conosce, un popolo che non conosce il Mare, e non mangia vivande condite con sale, nè può vantarsi di conoscere le navi con le guance rosse e i loro remi che sono come ali...
Poi mi fece capire che quando un giorno, nel mio viaggio, inocontrerò un altro viaggiatore che scambierà il remo che porterò sulla mia forte spalla per un ventilabro, solo allora potrò conficcare il remo nella terra, ringraziare il Mare con preghiere devote e illibate, e tornare nel luogo dove sono nato. Poi, Infine, stanco e consumato per essere così lentamente invecchiato la Morte mi avvolgerà con pacata dolcezza lasciando vivere serenamente chiunque mi starà attorno...


           


                                                                                     Fizzi e l'Antico Aedo




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7 marzo 2007

Lode all'Inviolato


Lode all'Inviolato

 Ne abbiamo a ttraversate di tempeste


E quante prove antiche e dure    



Ed un aiuto chiaro da un invisibile carezza
                
                     


 Di un Custode



Degna è la vita di colui che è sveglio



Ma ancor di più di chi diventa saggio


E alla sua gioia poi                                        si ricongiunge


Sia lode, lode all'inviolato


E quanti personaggi inutili ho indossato



Io e la mia persona quanti ne ha subiti

Arido è l'inferno sterile la sua via


Quanti Miracoli, disegni e ispirazioni





E poi la sofferenza che ti rende cieco



Nelle cadute c'è il perchè della sua assenza


Le nuvole non possono annientare il sole



E lo sapeva bene Paganini che il diavolo è mancino


è subdolo e suona il violino
                            

                                                                                                         Franco e Fizzi




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28 febbraio 2007


Ninnananna Silenziosa



Quando ero piccino pensavo di poter parlare con le altre creature, uomini compresi. Quando una farfalla si posava da qualche parte, prima di riprendere il volo ero sicuro che si potesse accorgere di me che muto la spiavo. Silenziosamente le chiedevo mille cose in quell'istante che frangeva il suo librarsi. Sapevo che un battito delle sue ali corrispondeva a un "si" due o più battiti erano un "no".

Nulla è cambiato

Ci sono dei fili di capelli come le foglie in autunno che riposano su una fronte serenamente assopita, li spio in silenzio fra un respiro e l'altro. Muto so che quegli occhi celati mormorano la mia essenza. So che se un singolo respiro scuote un solo filo la risposta è "si", se due o più fili vengono scossi la risposta è "no". Ma sempre è così lieve quella morbida brezza che non può far vibrare più di un capello alla volta.

                                                                                           
Fizzi che veglia




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25 febbraio 2007


     ....un Occhio


                   


Un Occhio rosso per ballare col fuoco in autunno
Un Occhio blu per cercare l'argento sul fondo degli abissi
Un Occhio verde per giocare con i fili d'erba nel deserto
Un Occhio giallo per viaggiare sempre per mano con il sole
Un Occhio d'ametista per sfiorare ogni cosa come fosse di cristallo
Un Occhio d'ambra per perdere il conto dei tramonti
Un Occhio bianco per scriverci sopra il suono più morbido delle cose
Un Occhio nero per dire addio con la certezza del ritorno


                                                                                
    Fizzi e i suoi amici pittori




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22 febbraio 2007



La Favola del Vecchio che Suonava la Cetra e della Fanciulla dal Nome d'Oro
C’era una volta un uomo che suonava la cetra, aveva strappato qualche foglia da un alloro e se le era messe in testa, quasi volesse essere re di qualcosa senza saperlo.

Lui suonava la cetra, a nessuno importava se fosse bello o no, di che colore avesse gli occhi o i capelli, perché lui suonava la cetra. Nessuno lo guardava perché tutti guardavano le sue note. Nessuno sapeva come fossero i suoi occhi o i suoi capelli, ma tutti sapevano che le sue mani erano intessute di una stoffa rarissima che accarezzavano le note così come nessuno poteva ricordare.
Era vecchio ormai, i capelli erano bianchi, ma avvenne che venne ucciso mentre suonava, quasi per caso, o forse per invidia, ma il suo sangue profumava di vino.

La sua anima fu rapita e portata in un posto buio.

Vagò allora solitario in quel nero che in fondo gli sembrava un po’ familiare ma non sapeva perché, come se lo avesse visitato con altri occhi ma si fosse dimenticato di tutto, come quei posti che si visitano da bambini e poi ne resta in mente solo qualche colore. Quel posto era nero eppure lui aveva in mente tanti colori. Chissà perché..

Avvenne che in quel nero si mise cercare dei fili d’erba e dei pezzi di legno, per farne corde almeno e un qualche scheletro che potesse unire quelle corde. Trovò solo sterpi secchi e giunchi marciti in riva a un fiume rosso che sembrava quasi di sangue, ma non profumava di vino.

Allora si mise a intrecciare i fili come poteva, non sapeva cosa stesse facendo, ma alla fine venne fuori qualcosa che già aveva visto. La riconobbe e ricordò che forse sapeva suonarla. Allora per gioco, anche se il gioco non esisteva in quel nero, allora inventando un gioco si mise a pizzicare le corde. Dei suoni grigi nel nero, come soffi di polvere in una camera buia si sparsero nell’aria.

Lontano, da un'altra parte di quel nero, una donna vestita di bianco, vestita di sporco pensò di aver sentito qualcosa con le orecchie che non sentivano da troppo tempo. Allora si mise a correre al contrario il sentiero che gli sbuffi di polvere disegnavano frammentato come un mosaico a cui mancano i tasselli più chiari.

L’uomo la vide, anzi si accorse di lei. La vide e non disse nulla perché non si ricordava nulla anche se sapeva di aver già visto quel bianco sporco.

-Una volta era bianco.

gli disse la donna

-si era più bianco

Disse lui che continuava suonare

-le ninfe vestite di nero hanno pianto tanto.

Disse lei. Lui sembrò stupito e cercò di immaginare qualcuno che invece di ridere e sorridere alla sua musica, piangesse.

Poi disse:

-a me non piace il nero

-dicono che quando le tue labbra caddero nel mare pronunciarono il mio nome

Disse lei e si sedette in terra accanto a lui. Lui si ricordò del suo nome, ma non seppe pronunciarlo perché avrebbe tintinnato come l’oro, e in quel nero non c’era spazio per l’oro.

-perché ti sei voltato?

Chiese lei.

Lui si ricordò improvvisamente dell’arancione delle nuvole del cobalto del cielo e di tutto il rosa striato.

-Non mi sono voltato verso di te. Sapevo che ti avrei ucciso.

-Allora perché ti sei voltato?

-A furia di camminare verso il tramonto  mi stavo dimenticando dei colori dell’alba e avevo paura di dimenticarmene.

-ma allora non guardavi me?

-forse ho confuso la tua luce con quella del cielo, forse nel cielo ho ritrovato i tuoi occhi

Disse lui e non smise di suonare. Lei tacque e tentò di prendere la sua mano ma aveva paura che fosse solo d’ombra, provò guardarlo negli occhi, ma aveva paura che potesse scomparire e poi c’era la sua musica, non aveva bisogno di sapere di che colore fossero i suoi occhi.

-dovrai lavare questo vestito sennò ti confonderai con il nero prima o poi e non potrò riconoscerti

Le disse lui con la voce in accordo con le sue note.

-non ho posti per lavarlo

-c’è un fiume qui vicino

-non mi piace il rosso

-tieni prendi qualche foglia di alloro per i tuoi capelli, ti riconoscerò ugualmente

E le mise qualche foglia verde fra i capelli neri.

-mi contavi i capelli mentre dormivo

Disse lei e le guance impallidirono, bianche come un tempo era il suo vestito.

-si, mi sembra di ricordare cosa sia l’infinito

-Puoi suonarlo?

-dammi qualche tuo capello e ci proverò.

Lei Gli offri qualche filo dei suoi capelli, lui stracciò gli sterpi e intreccio ai legni i capelli di lei.

Pizzicò poi i capelli sottili che vibrarono come sorrisi fra foglie d’autunno. Come gocce di ghiaccio in un fiume di fiamme. Come danze di polline nella nebbia, come sospiri in fondo all’oceano. Come cascate fra granelli di giada  E in un unico accordo risuonò l’oro di un nome, tintinnante e leggero come l’eterno.
Qualcuno racconta che nell’udire quel nome lei si alzò, lo prese per mano e lo condusse fuori da quel nero. Altri dicono che restarono lì seduti, come statue che danzano in silenzio, perché ormai il nero non aveva più peso.

Io Invece ho visto lei addormentarsi al suono sereno di quelle note, come fra guanciali illibati. E quando si svegliò si ritrovò nel suo bosco, e quello che le parve un serpente dal morso letale era solo una radice che aveva infranto la sua corsa, e lui le porgeva la mano per invitarla a rialzarsi chiedendole cosa avesse sognato, perché sulle labbra c’era dipinto un pallido sorriso bianco.

                                                             
  Publio Ovidio Nasone e Fizzi




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20 febbraio 2007


                     Notte alla Casetta Nei Giunchi

 

 Con:

Giuseppe Ungaretti “Il Restio”

Carlo Bodlerio “L’Amante”

Gabriele D’annunzio “Il Birichino”

Alda Merini “L’Incompresa”

Aldo Giurlani “Il Pazzerellone”

Giacomo Leopardi “Il Giovane che Amava la Luna”

Eugenio Montale “Il Coraggioso”

Ludovico Ariosto “Il Caro Cantastorie”

Guglielmo Sciachespirio “il Non Corrisposto”

Francesco Petrarca “Il Dissidioso”

Gaio Valerio Catullo “Il Misterioso Cavaliere”

Durante Degli Alighieri “Il Saggio Amico”

 

Con la partecipazione speciale di:

Enrico Cavacchioli nella parte di “Quello che Voleva Dormire”

 
(Nessuna delle seguenti battute è stata inventata o modificata: tutte sono state prese dalla varie opere dei suddetti poeti e drammaturgi così come essi le hanno scritte)

 

Atto 1

E' Sera inoltrata alla casetta di giunchi, una simpatica e cordiale catapecchia in legno solitaria fra giunchi colline everzure.
Giuseppe, come ogni sera, desidera allontanarsi dalla casetta per cercare l’ispirazione. Ma deve ogni volta fare i conti con una fastidiosa presenza

 

Giuseppe:Chi mi accompagnerà pei campi?

 
Carlo: io

 

Giuseppe: Non esiste altra cosa

più squallida

di questa monotonia

 

Carlo: Mio dolore, dammi la mano, vieni

 

Giuseppe: Mi tengo a quest’albero mutilato

 

Carlo:oh, seppi
dirti, e sapesti dirmi, inobliabili cose,
le sere accanto al palpito luminoso dei ceppi.

 

Giuseppe: Uomo di pena,

ti basta un illusione

per farti coraggio

 

Carlo: Io so come evocare i minuti felici,
e rivivo il passato, rannicchiato ai tuoi piedi:

 

Giuseppe:un intera notatta

butatto vicino…

 

Carlo: "Eccoti, alfine!"

 

Giuseppe: Cammina Cammina

 

Carlo: Corriamo all'orizzonte, presto, corriamo, è tardi,
          che non ci sfugga almeno l'ultimo obliquo ardore!

 

Giuseppe: mi oscuro in un mio nido

 

 
Atto II

Gabriele, come ogni sera, invita la sua amica alda ad unirsi nelle sue scampagnate, ma lei cerca altro da lui

 

Gabriele: Amica tu verrai

               furtiva nel verziere

               Hanno i consci rosai

               Ombre profonde e nere

 

Alda: A me piacciono gli anfratti bui
         Delle osterie dormienti

 

Gabriele: O amica, senz’alcuna

               Tema verrai: le rose

               Avran laterbe ascose

               Per lor sorella bruna

               Come sorga la luna

 

Alda: Spazio, spazio, io voglio tanto spazio

 

Gabriele: Ascolta.

 

Alda: Spazio, datemi spazio

         Ch’io lanci un urlo disumano

 

Gabriele: Taci.

 

Alda: ...

 

Gabriele: E andiam di fratta in fratta

               Or congiunti or disciolti

               Chi sa dove , chi sa dove!

 

Alda: Mi chiedo se la mia disperazione

          Sia paria alla tua assenza

 

Gabriele: Taci

 

Alda: Ho bisogno di fiori detti pensieri

         Di rose dette presenze

         Di sogni che abitino gli alberi

 

Gabriele: Guarda: ho le chiome violette come le prugne

 

 

Atto III

Nella casetta fra i giunchi, come ogni sera, i coinquilini si intrattengono in docili colloqui amorosi

 

Guglielmo: Silenzio! Quale luce irrompe da quella finestra lassù?

 

Giacomo: O graziosa luna, io mi rammento…

 

Guglielmo: La luna splende di tutto il suo lume.

 

Giacomo:Che fai tu, luna, in ciel?

 

Guglielmo:No, sono troppo audace; non parla a me!

 

Durante: Ma tu perché ritorni a tanta noia?

 

Giacomo. O mia diletta luna. E pur mi giova…

 

Guglielmo: Guarda come posa la guancia sulla mano!

 

Durante: A te convien tenere altro vïaggio

 

Giacomo: Dimmi, che fai,
                Silenziosa luna?

 

Guglielmo: Oh, fossi un guanto su quella mano
                  e potessi sfiorargli la guancia!

 

Giacomo: O delicata luna, richiamo alla mente…

 

Durante: Non ti curar di loro ma guarda e passa

 

Guglielmo: E com'è? Parlano i suoi occhi! Non parla con me.

 

Enrico: Maledetta la luna, maledetta ella sia!

 

 

Atto IV

Nel frattempo, il caro Ludovico, racconta la sua favola della buona notte ai coinquilini

 

Ludovico:  Mentre costui così si affligge e duole

                 e fa degli occhi suoi tiepida fonte

 

Francesco:Solo e pensoso i più diserti campi

                 Vo misurando a passi tardi e lenti

                 E gli occhi porto per fuggire intenti

                 Ove vestigio uman l'arena stampi.

 

Ludovico: Ecco pel bosco un cavalier venire

                Il cui sembiante è d’uom gagliardo e forte

 

Francesco:pace non trovo…e nulla stringo

 

Ludovico: Disse il cavalier:

 

Gaio: Desinas ineptire

 

Francesco: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

 

Gaio: Se ti ha lasciato, lasciala andare.
         Perché vuoi vivere miserabilmente?

 

Francesco: Miserere del mio non degno affanno

                  Reduci i pensieri vaghi a miglior luogo

 

Gaio: Odi et amo

 

Francesco: Ardo e son un ghiaccio

 

Ludovico: Quel che seguì tra questi duo superbi

                Vo’ che per l’altro canto si riserbi.

 

 

Atto V

La povera Alda, disperata, invia il suo amico Aldo ad uccidere Gabriele, stufa delle sue proposte. Gabriele, venendolo a sapere, si rifugia in casa di Eugenio.

 

Eugenio: S’ode grande frastuono nella via

 

Gabriele: Ma trasalimmo entrambi , udendo sonare una scure

                Colpi iterati,subito, echeggiarono

 

Eugenio: bene non seppi…

 

Aldo: Largo! Largo! Largo!

         Ciarpame! Piccoli esseri

         Dall’esalazione di lezzo,

         Fetido bestiame!

 

Gabriele: Oh perdonami. Io mi sento morire.

                È questa , è questa oggi la sola

                verità

 

Eugenio: Si cammina

               per te su fili di lama

 

Aldo: Il divertimento gli costerà caro

      

Gabriele: Mi soffermo, intento al trapasso

 

Eugenio: Tu balza fuori, fuggi!

 

Aldo: E voi, rimasti pietrificati dall’orrore

         Pregate, pregate a bassa voce,

         Orazioni segrete!

 

Gabriele: Fuggo via!

 

Eugenio: A vortice s’abbatte sul mio capo reclinato…

 

Gabriele: Aspra nel gran silenzio ferìa l’invisibile scure;

 

Aldo: Guardali guardali, come fuggono!

 

Gabriele: Ah perché non sono io co’ miei pastori?

 

Eugenio: Hai ben ragione tu!

 

 

Atto VI

Giuseppe viene portato da Carlo su un erta a guardar le stelle, cercando con mezzi subdoli di accattivare la sua benevolenza…ma invano

 

Giuseppe: Languisco 

                 sotto questa immensa

                 appannata volta di cielo

 

Carlo: E bevi un puro e divin liquore

 

Giuseppe:Sono come la timida barca per l’oceano

 

Carlo: E bevi un puro e divin liquore

 

Carlo: Hai dentro gli occhi l'alba e l'occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino

 

Giuseppe: Sono ubriaco d’universo

 

Carlo:E bevi un puro e divin liquore

 

giuseppe: Ore e ore ho trascinato la mia carcassa

 

Carlo:Ricordo!... Ho visto tutto

 

Giuseppe: Sono ubriaco d’universo

 

Carlo: Sdraiati dunque senza pudore…
 che incespichi ad ogni sasso acuto.

 

Giuseppe: Ho bisogno di un qualche ristoro

 

Carlo: Per sollevare un così gran peso,

           Sisifo, il tuo coraggio  ci vorrebbe!

 

Giuseppe: Mi si chiudono gli occhi

 

Carlo: Via da questi miasmi putridi!

 

Giuseppe:…

 

Carlo: Via

 

 

Atto VII

Durante invita Guglielmo a seguirlo in una passeggiata notturna per aiutarlo a distrarsi dai suoi amorosi crucci. Tuttavia i due, raggiunta un erta boscosa, hanno uno spiacevole quanto maleodorante incontro.

 

Durante: Che è quel ch'i' veggio?

 

Guglielmo: Perché me lo chiedete?

 

Durante: Cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

               e si spandeva per le foglie

               che 'nfin la` su` facea spiacer suo lezzo

 

 Guglielmo:C’è del marcio…

 

Durante: Or convien che si torca
               la nostra via un poco insino a quella
               bestia malvagia che colà si corca

 

Guglielmo: Datemi una fiaccola, essendo cupo, porterò la luce.

 

Durante: Ecco colui che tutto il mondo appuzza!

 

Giuseppe:…

 

Durante: Pare indegno ad omo d'intelletto

 

Guglielmo: L’odor lo suggerisce

 

Durante: Qual che tu sii, od ombra od omo certo?

 

Giuseppe: …

 

Guglielmo: Essere o non essere..?

 

Giuseppe:…

 

Guglielmo: Ah, questo è grave! Fossi stato io
                   a quel posto, per me era finita!

 

Durante: S'i' ho ben la parola tua intesa

 

Giuseppe:….

 

Durante: Non perder l'ora;
               ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace

 

Guglielmo: io reggo il candeliere, e me ne sto a vedere

 

Giuseppe:…

 

Durante: Omai è tempo da scostarsi
               dal bosco; fa che di retro a me vegne

 

Guglielmo: Senza indugio ti seguo…

 

Giuseppe:…

 

Giuseppe:…

 

Giuseppe:…

 

Giuseppe: sono ubriaco di universo.

 

 

Atto VIII

Gabriele e Eugenio, riusciti a fuggire ancora da Aldo per tutta la notte trovano nascondiglio nella casa casetta di giunchi dei loro amici, questi momenti saranno per loro frutto di nuove avventurose esperienze.

 

Eugenio: Raggiorna,lo presento

               Da un albore di frusto

               Argento alle pareti

 

Giacomo: O dolce luna..

 

Gabriele: Taci!

 

Eugenio: è ora di lasciare il canneto

 

Gabriele: Non temere o uomo dagli occhi glauchi

 

Giacomo: O delicata Luna…

 

Gabriele: Taci!

 

Eugenio: Fuori è il sole:s’arresta

               nel suo giro e fiammeggia

 

Gabriele: Nella Belletta i giunchi hanno l’odore

               Delle persiche…

 

Eugenio: è ora di lasciare il canneto..

 

Giacomo: O dolce luna…

 

Gabirle: Taci!

 

Eugenio: è ora di lasc..

 

Gabriele: Toccami

 

Eugenio:…

 

Gabriele: Guarda: ho le chiome

                violette come prugne

 

Eugenio:…

 

Giacomo: O dolce

 

Enrico: Maledetta la Luna!



                                  
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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